sabato 17 aprile 2010

La parola ad Agnoli - il Foglio 17 aprile 2010

La pedofilia è un regalo del '68

Il sesso tra piccoli e adulti giustificato in nome di una rivoluzione che ha inquinato anche la chiesa
di F. Agnoli
Partiamo da un dato di fatto: i casi di pedofilia nella chiesa, seppur molti meno di quello che si vorrebbe far credere, risalgono per lo più agli anni Sessanta e Settanta e si sono verificati, soprattutto, negli Stati Uniti. Questi avvenimenti terribili si iscrivono in un aumento degli abusi sessuali contro minori generalizzato, che interessa la società tutta, famiglia, single, preti, laici, nessuna categoria esclusa. Basti pensare che ogni giorno nascono decine e decine di nuovi siti pedofili con violenze sessuali sui bambini dai tre ai dodici anni e che ogni anno milioni di occidentali partono per Cuba, la Thailandia e altri paesi in cui prospera il turismo sessuale. Ecco, solo questa banale constatazione, oggettiva e non strumentale, dovrebbe portare a una domanda che invece per lo più si preferisce evitare: perché? La risposta mi sembra obbligata: tutto va ricondotto, oltre che ovviamente alla peccaminosità intrinseca nell’uomo, all’origine della mentalità attuale, cioè alla cosiddetta “rivoluzione sessuale”. Dobbiamo andare con la mente agli anni Sessanta, in quel periodo di incubazione che portò poi al 1968 e a tutto quello che ne seguì. L’America e l’Europa sono pervase da queste grida: “Abolire i tabù”, “liberare il sesso”, distruggere le vecchie tradizioni, concezioni, istituzioni…
La critica investe i rapporti sociali, economici, scolastici, ma soprattutto la famiglia. È lei la grande imputata, a cui, in nome di Marx, Engels, Marcuse, Reich, Cooper, ecc., si contrappone l’assoluta possibilità per ogni individuo di fare le esperienze sessuali più varie, frequenti e “alternative” possibili…
La “monogamia cristiana”, spiegano i teorici delle comuni, molte femministe e rappresentanti dei nascenti movimenti gay, non è per nulla più naturale, più giusta, della poligamia, della poliandria, dell’amore di gruppo, del rapporto istantaneo e diversificato…
Il matrimonio diviene così per molti simbolo di oppressione e la generazione dei figli una schiavitù, un limite, una maledizione: nasce così la cultura della contraccezione, del divorzio e dell’aborto. I bambini saranno, a breve, le vittime designate delle nuove “libertà”: abortiti, separati a forza dai genitori, sballottati sempre di più da una casa all’altra, e un giorno progettati addirittura a tavolino, da una donna single, da due uomini, o da due donne, grazie alle banche degli ovuli, del seme, agli uteri in affitto e domani, chissà, a quelli artificiali. Se si sfoglia “La cultura degli Hippies” (Laterza, 1969), florilegio di scritti degli anni Sessanta negli Stati Uniti, si possono leggere articoli così intitolati: “In difesa dell’oscenità”; “Sei professori in cerca di… osceno”; “Applauso per l’orgia”… dovunque inni alla “liberazione sessuale”, alla pornografia, all’omofilia, ai “rapporti sessuali aperti in modi non tradizionali”, persino all’incesto. Insomma, è in questi anni di profonda secolarizzazione, di odio verso ciò che resta della tradizione cristiana, che si collocano i primi aperti sostenitori delle più varie perversioni, dall’adulterio come atto legittimo, alla zoofilia, dalla necrofilia alla pedofilia. Qui dobbiamo cercare i precursori di Asia Argento che si bacia appassionatamente con un cane, in uno dei suoi film, oppure di quella marea di film pornografici in cui non mancano scene di personaggi che fanno sesso con i morti. Qui dobbiamo cercare l’origine dell’educazione sessuale nelle scuole, intesa spesso come spiegazione, a ragazzini ancora piccoli, di cosa sia tecnicamente l’atto sessuale; oppure come possibilità per i piccoli di incontrare a scuola transessuali o “esperti” chiamati a raccontare, come è recentemente avvenuto in una scuola italiana, “cosa avviene quando la coppia è atipica ed entrano in gioco gli animali” (Corriere della Sera, 22/1/2010). Qui dobbiamo cercare il perché di libretti distribuiti per esempio nelle scuole spagnole, in cui si invitano i giovani, a partire dagli 11 anni, a masturbarsi e ad avere relazioni omosessuali e lesbiche, in nome dell’idea per cui “la normalità è scambiare amore e relazioni sessuali con qualunque persona, dell’altro sesso, o del proprio”, a qualunque età (Libero, 4/11/2005).
E la pedofilia? Non è già chiaro che si tratta di un altro personaggio dell’affresco? Se si guarda bene ci sta perfettamente. È lì, sotto la voce “liberazione sessuale”; vicino agli slogan sessantottini “Il sesso è tuo, liberalo”, “Vietato vietare”, “Lotta dura contro natura”, “Inventate nuove perversioni”, “Né maestro né Dio, Dio sono io”; è accanto ai proclami contro la “sessuofobia cristiana” e ai discorsi contro il diritto naturale e a favore del relativismo; è insieme alla desacralizzazione di ogni relazione affettiva, all’aumento dei rapporti precoci tra minori e degli aborti delle minorenni…
Insieme alla cultura del sesso liberato, cioè fine a se stesso, della sessualità ridotta materialisticamente a genitalità, e dell’altro visto anzitutto come oggetto di piacere. È lì insieme al disprezzo dei bambini, così facilmente eliminati, così spesso trascurati in nome del “benessere” dei grandi! Infatti sono sempre questi gli anni in cui nascono, accanto agli asili “antiautoritari”, quelli in cui vengono insegnati ai bambini “giochi erotici” per “liberarli dai tabù”; in cui un leader studentesco, oggi europarlamentare, come Daniel Cohn-Bendit, descrive i suoi toccamenti con bambini piccoli di un asilo “alternativo” e scrive su Libération, insieme ad altri intellettuali francesi di sinistra, da Jean-Paul Sartre a Jak Lang, da Simone de Beauvoir a Michel Foucault, un manifesto in difesa della pedofilia (vedi il Giornale, 16/1/2005 e M. Picozzi, M. Maggi, “Pedofilia, non chiamatelo amore”, Guerini, 2003)!
Sono gli anni in cui diviene di moda La rivoluzione sessuale di W. Reich, stampata in Italia da Feltrinelli nel 1963, che predica la distruzione del modello familiare naturale, ritenuto oppressivo anzitutto per la libertà sessuale del bambino, per la sua “genialità spontanea e priva di complessi di colpa”, negata brutalmente dalla concezione cristiana e “borghese” della famiglia. In Italia nasce proprio ora, col sostegno dei Radicali, il F.u.o.r.i. di Mario Mieli, recentemente esaltato dal quotidiano Liberazione, aperto cantore, contro la “norma eterosessuale” e l’antropologia cristiana, dell’omosessualità, ma anche della coprofilia, della necrofilia e, appunto, della pedofilia. Sono gli anni, ancora, in cui l’ideologa femminista Shulamith Firestone, nel suo La dialettica dei sessi (1970), propone di separare sessualità da riproduzione e difende una sessualità “liberata”, senza confini, arrivando coerentemente ad auspicare, come avevano già fatto anche alcuni illuministi, la liceità dell’incesto, cioè della pedofilia. L’incesto, infatti, sarebbe un “tabù” che serve “solo a preservare la famiglia”. Scrive ancora la Firestone, sempre in nome della “liberazione sessuale di donne e bambini”: “Dobbiamo includere anche l’oppressione dei bambini in ogni programma della rivoluzione femminista… il nostro passo deve essere l’eliminazione della stessa condizione di femminilità ed infanzia…”, e si deve arrivare a far sì che “tutti i rapporti intimi”, anche quelli tra genitori e figli, adulti e piccini, includano “anche la fisicità” in senso lato. Sono gli anni, per finire, in cui molti attivisti del nascente movimento gay, come racconta Paul Berman nel suo Sessantotto (Einaudi), sperimentano sin da piccoli, a scuola, o nei parchi, il “sesso tra giovanissimi e adulti”, nel clima appunto di sessualità sfrenata e “liberata” di quegli anni. Così insomma è nato il boom della pedofilia, della pedopornografia, di cui oggi continuiamo a vedere gli effetti: insieme ai nuovi “diritti civili”, alle nuove “libertà”, alla lotta a tutto campo alla purezza e alla famiglia naturale fondata sul matrimonio tra un uomo e una donna, come disegno immodificabile di Dio. Insieme a quella negazione della fede e della morale cristiana di cui Benedetto XVI non cessa di ripetere ogni giorno le ragioni.
Si dovrebbe riflettere, al riguardo, sul fatto che nell’epoca della crisi della famiglia, la pedofilia è divenuta una emergenza, come dimostrano tutti gli studi sull’argomento, proprio nella famiglia stessa, essendo che la gran parte delle violenze sui minori avvengono per mano di genitori, parenti e non di rado dei nuovi “genitori” acquisiti in seguito a un divorzio. E la pedofilia praticata da uomini di chiesa? Anzitutto è bene ricordare che cattolici e protestanti furono senza dubbio quasi gli unici avversari della “rivoluzione sessuale”. Proprio perché la libertà del cristiano è, almeno in teoria, e quindi più facilmente anche in pratica, tutt’altra cosa: si realizza nella fedeltà a una relazione, non nella intercambiabilità e nella frequenza delle esperienze fisiche individuali; si concretizza nella sessualità ordinata e finalizzata, non nella genitalità solo istintiva e animale. Basta leggere qualche scritto di quegli anni: sovente i “liberatori” si scagliano con virulenza proprio contro la chiesa, contro i “puritani”, contro il pensiero cristiano in generale, reo di opprimere la libera sessualità, di imporre regole e divieti. E’ però vero che anche la “liberazione sessuale” entra nel tempio, insieme alle altre novità. Sempre negli stessi testi di cui sopra possiamo trovare l’elogio di quei cristiani, di quei pastori protestanti, di quei preti cattolici, che hanno finalmente capito i “nuovi tempi”, che non rimangono stoltamente ancorati alla morale tradizionale, disobbedendo, se cattolici, a Roma!
Il Los Angeles free press del 23 giugno 1967, per esempio, pubblica un articolo intitolato “Un sacerdote underground dice: ‘La chiesa è morta’”. In esso il prete in questione spiega che la chiesa “ha danneggiato la gente dal punto di vista sessuale, razziale e politico”. Un articolo dell’Open city di Los Angeles del 24 agosto 1967, invece, narra di un “prete hippy”, uno dei tanti protestanti presbiteriani che ha deciso di sposare le nuove idee rivoluzionarie. Nel mondo cattolico il tanto decantato aggiornamento, la tanto pubblicizzata “apertura al mondo”, diventano per molti ecclesiastici e per molti credenti “adulti” un dovere irrinunciabile. Non tutti hanno capito che secolarizzazione fa rima con tristezza, e “liberazione sessuale” con disgregazione della famiglia, pornografia, pedofilia, esplosione del numero dei divorzi, instabilità dei bambini ecc.
Inevitabilmente, poi, l’“aggiornamento” nella fede diventa anche aggiornamento nella morale. Ecco così che migliaia e migliaia di sacerdoti abbandonano la veste talare, si spretano, attaccano il celibato, chiedono una revisione della morale della chiesa, leggono ed elogiano i testi di Reich, per poi finire con lo schierarsi apertamente e violentemente a favore della legalizzazione del divorzio e dell’aborto. Questi religiosi trovano grande accoglienza sulle pagine dei quotidiani progressisti, gli stessi che oggi molto ipocritamente fanno la guerra, a ogni piè sospinto, a Benedetto XVI.
Un libretto di un famoso benedettino, Arcipelago Chiesa. A quarant’anni dal Concilio, di padre Stanley Jaki (Fede & Cultura), può aiutarci a comprendere meglio queste vicende, specie per quanto riguarda l’America. Jaki mette anzitutto in luce la perdita di fede propria di quegli anni, e la detronizzazione del Santissimo dal centro degli altari: essa gli appare il simbolo più evidente della perdita del senso del soprannaturale. In secondo luogo Jaki nota la perdita fortissima, nel mondo cattolico, del senso del peccato, “il quale soltanto chiede a gran voce una redenzione”. “Ha poco senso – scrive – parlare dello stato decaduto dell’uomo quando la sua caduta originaria è minimizzata in luoghi consacrati”: se il peccato non esiste più, né per il mondo, né per molti uomini di chiesa, è chiaro che il compierlo diventa più semplice, più banale, più automatico. È chiaro che, mentre nella società si inizia a sottovalutare, per esempio, la sacralità del matrimonio, e l’adulterio diventa sempre più normale, se non addirittura un “diritto”, analogamente molti religiosi perdono il senso della loro missione, e quindi anche il significato della loro verginità. Il grave è che non esiste quasi più nessuno che li richiami e che li punisca. Soprattutto perché in tutta la cristianità, negli Stati Uniti e in Germania in particolare, la ribellione al magistero diventa fortissima e investe molti vescovi. Tra costoro Jaki, in questo libretto del marzo 2008, cita proprio l’arcivescovo di Milwaukee, Robert Weakland: un beniamino della stampa progressista di allora, per le sue posizioni, come ha ricordato anche Roberto de Mattei su questo giornale, a favore della “rivoluzione sessuale”. Tale vescovo, oggi, è ancora più lodato, visto che le sue dichiarazioni sono servite ad attaccare violentemente Benedetto XVI, nonostante la verità sia che egli fu dimissionato nel 2002 “dopo che un ex studente di teologia l’aveva accusato di violenza carnale, rompendo il segreto che lo stesso Weakland gli aveva imposto in cambio di 450 mila dollari detratti dalle casse dell’arcidiocesi”. La ribellione di molti ecclesiastici alla morale cattolica, racconta Jaki, raggiunge il culmine con la pubblicazione dell’enciclica Humanae Vitae, rispetto a cui la risposta è lo scisma strisciante di tantissimi preti e laici credenti, in tutto l’occidente. Nel 1976 si arriva addirittura al punto che “cinque arcivescovi americani e quindici vescovi erano pronti ad annunciare la formazione di una chiesa cattolica americana”, separata da Roma. “Da parte di molti cattolici, affermava l’allora cardinal Ratzinger nel 1985, parlando con Vittorio Messori, c’è stato in questi anni uno spalancarsi senza filtri e freni al mondo, cioè alla mentalità moderna dominante, mettendo nello stesso tempo in discussione le basi stesse del depositum fidei che per molti non erano più chiare”. La crisi di fede, è giusto dirlo, ha toccato tutti: laici e credenti, e tra costoro cattolici e protestanti. Nel caso specifico della pedofilia, però, è interessante, rimanendo solo ai credenti, il fatto che il fenomeno abbia coinvolto maggiormente i pastori protestanti, liberi di sposarsi, rispetto ai preti cattolici, votati al celibato. Mentre infatti molte chiese protestanti hanno ceduto enormemente nei principi, e quindi, di conseguenza, anche nella pratica, al contrario nella chiesa cattolica, nonostante gli errori, propri dell’uomo e dei tempi, è sempre rimasta viva una voce controcorrente, a contrastare la crisi delle fede e la rivoluzione sessuale: quella del magistero romano. Non è proprio per questa fermezza, perché la chiesa cattolica ha ceduto meno di altre, che tantissimi anglicani rientrano oggi, sotto Benedetto XVI, nella chiesa romana, in polemica con le loro gerarchie, troppo aperte verso la “rivoluzione sessuale”?
Quanto al fatto che la stampa progressista, da sempre in prima fila nella “liberazione sessuale”, oggi identifichi tendenziosamente nella chiesa cattolica il luogo per eccellenza della pedofilia, fingendo di dimenticare i “bei tempi” in cui la chiesa veniva accusata di imporre troppi tabù, si tratta, come è facile capire, di una vendetta postuma, di chi si improvvisa moralizzatore, strumentalmente, dopo aver contribuito alla demolizione sistematica dell’umano e dell’affettività vera. Il fatto è così chiaro che per un lapsus rivelatore, su Repubblica, il cardinal Bernardin, uno dei tantissimi prelati cattolici accusati ingiustamente di pedofilia, per soldi o altro, è stato recentemente confuso con l’eroe del momento, perché antiromano ed antipapista, cioè il vescovo liberal Robert Weakland, lui sì, come si è visto, veramente colpevole di atti contro la morale, cristiana e naturale.

venerdì 9 aprile 2010

porre un limite al crimine della pedofilia è ancora possibile?

Vorrei innanzitutto ringraziarvi per esservi presi il tempo di leggere e soprattutto scrivere. Tengo a sottolineare con vigore, come ho già scritto qui sotto, come consideri la pedofilia uno tra i crimini peggiori, se non il peggiore in assoluto. Proprio per questo impone un approfondimento perché mi sembra che ci sia un progressivo sdoganamento di questa particolare sessualità. Vorrei far notare qui che esiste un modo di giungere alle conclusioni che si chiama per assurdo: vale a dire dimostrando le conclusioni estreme di un ragionamento si demolisce il presupposto.
Il filo che sto seguendo è proprio questo. Lo enuncio: togliendo all’esercizio della sessualità il suo limite di natura, diventa impossibile porre un argine e tutto diviene lecito.
Svolgo: se l’esercizio della sessualità non ha limiti in sé, ma tutto è consentito purché assecondi i propri desideri, l’unico limite che resta è quello del consenso. Questa non è che l’applicazione dei due principi sui quali ritiene di fondarsi la società di oggi, che nega l’esistenza di un bene e male a priori per affermare appunti che: l’uomo è libero di fare ciò che vuole + la mia libertà finisce dove inizia la tua.
Ne consegue che, purché ci sia il consenso, tutto è lecito.
E qui cominciano i guai. Dove il consenso è concreto e dove è estorto? Estorto dalla manipolazione psicologica, dalla coercizione, dalle circostanze. La prostituzione, dove il consenso esiste, dovrebbe dunque essere parimenti lecita. Il che vuol dire affermare che il corpo è un possesso della persona che può decidere liberamente di come usarlo. Oppure no? Quando si può parlare di consenso nella prostituzione? Sempre? O le circostanze possono negarlo? Mi prostituisco per bisogno o per scelta? E per bisogno di che cosa: del cibo essenziale o del nuovo telefonino? Dov’è il limite per affermare che la prostituzione è immorale, prima che illegale, se non c’è un limite filosofico all’uso della sessualità?
E veniamo alla pedofilia: che cos’è che la rende spregevole oggi agli occhi del mondo? Tolti i limiti all’esercizio della sessualità in modo naturale, restano solo due elementi che possono connaturare questo crimine come tale: la giovane età di uno dei due implicati e la violenza.
Bene: che cosa ci dice il mondo? Che la giovane età è opinabile: che cosa è giovane età se oggi paesi cosiddetti civili permettono a dodicenni l’accesso a preservativi, pillole e aborti? Che oggi il limite dell’uso della sessualità è dodici anni? E domani? Che cosa impedisce che sia dieci e poi otto? Nel momento in cui libero la sessualità di un ultraminore devo accettare che la usi come vuole. Non solo con coetanei.
Allora resta il consenso: come faccio a giudicare se c’è o non c’è consenso? Resterebbero ben pochi casi di conclamata violenza, quella fisica. Ma quella psicologica? Come faccio a verificare la coercizione psicologica su un dodicenne? Ci sono già dei casi di minori circuiti dai loro professori: andate a verificare che cosa affermano. Tutti parlano di amore, di passione reciproca. Quindi?
Conseguenze: l’aver rimosso il limite iniziale alla sessualità, non può che avere come conseguenze estreme l’estrema liberalità del suo uso, e l’ultimo bastione, che troveranno il modo di far saltare, è quello della violenza fisica, dello stupro. Che già oggi viene a volte messo in discussione con argomentazioni come “ci stava” “ha provocato” e schifezze simili. Le donne dovrebbero saperlo molto bene.
Per aver affermato un uso della libertà che non è naturale ci stiamo infilando in un tunnel nel quale tutto è permesso, anche ciò che ripugna alla ragione.

giovedì 8 aprile 2010

Il crimine della pedofilia

Qual è il crimine della pedofilia? Che se davvero tutti siamo convinti che crimine sia bisogna che se ne tracci il reato. Non sta certo nella passione, né nella scelta omosessuale dato che questi oggi vengono proclamati come ambiti di scelta personale. Non è tradimento, non è infedeltà la materia del reato. Dunque non resta che la violenza, vale a dire la mancanza di consenso, perché neppure il mercimonio sembra essere più utilizzabile come voce a carico: ci sono movimenti e politici che gridano allo scandalo considerando il reato di prostituzione come un attacco alla libertà personale. Il che ha senso in un mondo che afferma che il corpo è mio e ne faccio quello che voglio. In fin dei conti si tratta pur sempre di prestazione di servizio: che differenza c’è tra questo e una consulenza fiscale? Dunque la violenza. Dunque il mancato consenso. Eppure molti pedofili parlano di gesto d’amore, parlano di scelta ragionata e consensuale. Già, gli si fa contro chi li accusa, ma è manipolazione. Quindi violenza e circonvenzione. Ma fino a che età? Se in Svizzera e in Inghilterra si liberalizza la distribuzione di profilattici dai dodici anni, vuol dire che questa, oggi, è la soglia della possibilità di usare liberamente del proprio corpo. Per fare sesso. E’ una differenza di età allora? Ma quando c’è l’amore, l’età che c’entra? Vogliamo cavillosamente limitare la libertà di passione a una questione anagrafica? Dodici anni allora? Oggi? E domani? Sarà dieci? Poi otto? Qual è il limite? Perché così la pedofilia è destinata a scomparire, a estinguersi nell’età. Ciò che resta non è la pedofilia, ma la violenza, che si esercita anche nel negare il cibo, nel picchiare, nel minacciare. E allora? Dove sta il reato di pedofilia? Si estingue? A meno che la sostanza del crimine sia altra, sia nel rapporto contro natura, vale a dire al di fuori del suo ambito naturale: un rapporto tra uomo e donna aperto alla vita all’interno di un matrimonio indissolubile. Come è possibile tacciare ancora la pedofilia di reato senza affermare il contesto della sessualità?

domenica 28 marzo 2010

28 marzo: processo alle intenzioni

Ecco dove ci ha condotto la dittatura del tutto è lecito. Se tutto è lecito, se ogni cosa è buona in sé, allora la parola perde senso: allora l’insulto non è generato dall’aggettivo, in quanto esso non può essere elevato al ruolo di offesa, poiché equivarrebbe affermare che il contenuto è cattivo in sé. Poiché ogni termine ha perso il veleno che deriva dalla corrispondenza o meno alla verità, allora è il modo con cui lo pronuncio che diviene offensiva. Il punto è che mentre la parola è oggettiva, il tono è soggettivo e l’unico modo per giudicarlo offensivo è processare le intenzioni. Siamo arrivati al reato di opinione. E questo in una società democratica che pretende di affermare l’inesistenza del bene e del male e che ogni comportamento sia lecito in sé.Come leggere altrimenti le recenti sentenze che hanno affermato colpe e innocenze di privati cittadini e magistrati colti ad apostrofare i loro interlocutoricon epiteti quali “gay” e “napoletano”?Per presumere di essere liberi, liberati da una legge che ci precede, ci stiamo mettendo nelle mani di chi verrà chiamato a giudicare intenzioni ed opinioni.E’ questo che vogliamo?

giovedì 25 marzo 2010

Il pregiudizio dei pregiudizi

Che cosa è un pregiudizio? Domanda tanto banale all’apparenza quanto provocatoria. Perché si fa in fretta a bollare di pregiudizio il parere degli altri.
E a non vedere come possa esistere il pregiudizio dei pregiudizi.
Mi spiego: pre-giudizio è una valutazione data prima di giudicare, cioè di applicare la ragione per comprendere se ciò che stiamo affermando
abbia senso oppure no. Evitare un pregiudizio implica che io abbia riflettuto e mi sia fatta una idea, che sono in grado di illustrare, sul perché
stia esprimendo un parere e questo parere in particolare.
Oggi ho l’impressione che abbondino, più che i pregiudizi, i pregiudizi dei pregiudizi: vale a dire etichettare di pregiudizio tutto ciò che non mi piace,
quello che si né sempre fatto, la tradizione. Senza chiedersi se in essa ci sia della ragione, e quale, oppure no.
E’ un segno dei tempi: siamo fatti più di luoghi comuni che di pensieri; più che canne pensanti siamo ripetitori di notizie.
Lette, ascoltate, viste, ma mai ragionate.
E questo mi spaventa molto.
Come per la pedofilia: che è in sé un crimine abberrante.
Ma se questo è vero, dovremmo trarne delle conseguenze. Che ci rifiutiamo di vedere.

mercoledì 24 marzo 2010

Riflessioni sul crimine della pedofilia

Premetto, onde evitare ogni possibile fraintendimento, che ho in orrore la pedofilia, che la considero uno dei crimini più aberranti
e che non provo il minimo senso di comprensione per chi si macchia di un simile crimine, solo misericordia.
Detto questo e quindi spero chiarito in ogni modo che ciò che sto per affermare è solo una provocazione filosofica,
per meglio comprendere e affermare alcuni calori, credo sia il caso di riflettere sul perché c’è un quasi totale consenso nel considerare
la pedofilia un male?
Perché è male? Quale la ragione di questa repulsione, giusta, verso questo esercizio della sessualità?
Che cosa la configura come male? Il gesto in sé? Il fatto che si opera una violenza? L’età del minore? E in questo caso fino a quale età?
Perché per contro si può affermare che oggi si considera:
ogni persona libera di gestire la propria sessualità come vuole
ogni persona libera di gestire se stesso come vuole
il consenso come unico limite alla violenza: se c’è non c’è violenza
l’età come trascurabile: in Svizzera si sta estendendo l’erogazione gratuita dei profilattici ai ragazzi di 12 anni e in Inghilterra il limite al di sotto del quale il rapporto sessuale è reato mi sembra sia di 12 anni (o forse 14)

Dunque, che cosa rende la pedofilia quel crimine abietto che tutti riteniamo?

sabato 20 marzo 2010

20 marzo: la legge di gravità

C’è il problema della legge di gravità: che è duplice. Da un lato la sua violenza, dall’altro la sua immediatezza.
Se pretendi di negarne l’esistenza cadi. Subito.
E’ la natura che afferma se stessa, la realtà che si vendica.
Purtroppo altre leggi di natura negate non si vendicano con la medesima velocità, aiutandoci a capirne la realtà,
anche se la loro violenza può essere ancora più cruda. E invisibile agli occhi